La rana vellita

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Recentemente mi è capitato di citare in pubblico un famoso paradosso attribuito a Chomsky per descrivere la situazione della gente in Italia. Molti si sono interessati alla storiella, in diversi mi hanno chiesto privatamente a cosa mi riferissi, per cui la condivido qui, chiaramente alla mia maniera.

Immagina ‘na pentola piena d’acqua gnelita e dentre all’acqua ‘na bella ranocchia verde. “Occome m’areusta sta qua dentre”, pensa la ranocchia tutta cuntenta.

All’improvviso ghi’appiccie lu gas sott’a lu cule, e l’acqua se chemincia a rescallà. “Occhebbielle callitte”, pensa la ranocchia serredènne.

La temperatura s’azza, mo’ l’acqua è nuccò truoppe calla, ma la rana – pure se è stracca – nze l’appigghia più de tante.

Mo’ l’acqua chemincia a brecià: la ranocchia nne la sepporta più, ma s’è ndebbelita e ncià  più la forza di reagì. Lu calle aumenta, l’acqua volle e la rana fenisce morta vellita.

Se previve a mette la stessa ranocchia dentr’a l’acqua a 50 gradi vedive che zumpe che facié, ma almene se salvava.

E che significa questa storiella del cavolo?

Significa che quando un cambiamento, per negativo che possa essere, viene somministrato in maniera sufficientemente lenta, esso sfugge alla coscienza e non suscita – per la maggior parte del tempo – nessuna opposizione o rivolta, fino a che non viene metabolizzato e allora non c’è più niente da fare.

Se guardiamo ciò che ci succede da alcuni decenni ci accorgiamo che un sacco di cose, che ci avrebbero fatto orrore 20, 30 o 40 anni fa, a poco a poco sono diventate banali, e oggi ci disturbano solo leggermente o addirittura ci lasciano indifferenti.

Il permanente ingozzamento di informazioni da parte dei media satura i cervelli, soprattutto quelli dei nostri ragazzi che non riescono più a discernere, a pensare con la loro testa. E così, nel nome del progresso e del benessere, i peggiori attentati alle libertà individuali, alla dignità della persona, all’integrità della natura, alla bellezza ed alla felicità di vivere, si effettuano con rigorosa lentezza ma con implacabile regolarità, con la complicità costante di noi stesse vittime, ignoranti o sprovvedute.

E’ chiaro che in questa situazione l’unica cosa da fare è spegnere la televisione e interpretare il mondo solo con l’ausilio della propria testa, ma non è così facile, soprattutto per i batraci nativi (quelli della mia età hanno avuto un’altra televisione e quindi mi possono capire). Dai su, chi rinuncerebbe oggi come oggi a Uomini e donne, Porta a porta, Forum, Grandi fratelli e Isole varie, Giletti D’Urso Marcuzzi e De Filippi? E poi bisognerebbe spegnere anche Internet, o perlomeno spegnere certe persone per come lo usano.

No no, nze po’ fa’.

In Italia per una serie di aspetti (decadimento morale della politica, nessuna pietà per i migranti, televisionizzazione del dolore, sotterramento della cultura, esaltazione della ricchezza, scadimento della lingua) siamo già belli che bolliti.

E pensare che c’era il pensiero.

In questo clima vale una sola parola, certamente abusata, mal interpretata, politicizzata, distorta e negletta: resistenza.