No, grazie

NO GRAZIE

 

Il monologo che sento più mio nella letteratura mondiale.
Recitato da moltissimi grandi attori, a me piace col ghigno di Domenico Modugno.

Dal “Cyrano de Bergerac”, atto II, scena VIII

 

“Orsù che dovrei fare?…
Cercarmi un protettore, eleggermi un signore,
e dell’edera a guisa, che dell’olmo tutore
accarezza il gran tronco e ne lecca la scorza,
arrampicarmi, invece di salire per forza?

No, grazie!

Dedicare, com’usa ogni ghiottone, dei versi ai finanzieri?
Far l’arte del buffone pur di veder alfine le labbra di un potente
atteggiarsi a un sorriso benigno e promettente?

No, grazie!

Saziarsi di rospi?
Digerire lo stomaco per forza dell’andare e venire?
Consumar le ginocchia? Misurar l’altrui scale?
Far continui prodigi di agilità dorsale?

No, grazie!

Accarezzare con mano abile e scaltra la capra
e intanto in cavolo inaffiare con l’altra?
E aver sempre il turibolo sotto de l’altrui mento
per la divina gioia del mutuo incensamento?

No, grazie!

Progredire di girone in girone,
diventare un grand’uomo tra cinquanta persone,
e navigar con remi di madrigali,
e avere per buon vento i sospiri di vecchie fattucchiere?

No, grazie!

Pubblicare presso un buon editore, pagando, i propri versi?
No, grazie dell’onore!
Brigar per farsi eleggere papa nei concistori
che per entro le bettole tengono i ciurmatori?
Sudar per farsi un nome su di un picciol eletto agl’incapaci, ai grulli;
alle talpe dare ali, lasciarsi sbigottire dal rumor dei giornali?
E sempre sospirare, pregare a mani tese:
“Pur che il mio nome appaia nel Mercurio francese”?

No, grazie!

Calcolare, tremar tutta la vita,
far più tosto una visita che una strofa tornita,
scriver suppliche, farsi qua e là presentare…?

Grazie, no! grazie no! grazie no!

Ma…
cantare, sognar sereno e gaio, libero, indipendente,
aver l’occhio sicuro e la voce possente,
mettersi quando piaccia il feltro di traverso,
per un sì, per un no, battersi o fare un verso!

Lavorar, senza cura di gloria o di fortuna,
a qual sia più gradito viaggio, nella luna!
Nulla che sia farina d’altrui scrivere,
e poi modestamente dirsi:
ragazzo mio, tu puoi tenerti pago al frutto, pago al fiore,
alla foglia pur che nel tuo giardino, nel tuo, tu li raccolga!

Poi, se venga il trionfo, per fortuna o per arte,
non dover darne a Cesare la più piccola parte,
aver tutta la palma della meta compita, e,
disdegnando d’esser l’edera parassita,
pur non la quercia essendo,
o il gran tiglio fronzuto salir che non alto,
ma salir senza aiuto!”

 

 

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